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4 gennaio 2008.

Super Shocker
di Gianluigi Piscitelli

Super Shocker

Bel titolo originale, no?

Ho appena finito, ho scritto in totale sei pagine, di cui una ed un poco sono una citazione e due ed un poco sono note di chiusura. Uno dei Super Bowl più belli di sempre forse meritava di più. In realtà sono dispiaciuto per come è andata e, quindi, mi è uscito poco da dire. Mi aspettavo un risultato diverso, anche se lo spread dei bookmakers di Las Vegas era scellerato, tenuto di come stavano giocando i Giants. Credo, peraltro, che la partita sia stata letteralmente salvata dal quarto periodo. All’inizio ero quasi più interessato a guardare "Invincible" sulla storia di Vince Papale (bello, da vedere).

Quello che è accaduto nel quarto periodo, però, rimarrà a lungo impresso nella memoria di chi ha potuto assistere alla improbabile, folle e miracolosa rimonta dei Giants contro quella che in molti avevano definito la più forte squadra di sempre.

Il racconto odierno inizia però tre anni e mezzo fa:



"La storia che ha goduto di maggior risalto è indubbiamente quella legata ad Elai (così si pronuncia) Manning, fratello e figlio di. Tutto perché lui a San Diego non voleva assolutamente andare, tanto da farlo dichiarare apertamente a papà Archie nei giorni immediatamente precedenti al Draft.

Quando poi, però, i Chargers lo hanno scelto lo stesso, tutti hanno per un’ora parlato dei Bolts come di sciagurati che avevano appena deciso si suicidarsi, di nuovo.

Dopo un’ora, invece, i panni degli sciagurati li hanno vestiti i Giants che, per assicurarsi il ragazzo – viziato? – da Ole Miss, hanno selezionato Philip Rivers da NC (il QB che i Chargers volevano) e lo hanno spedito a San Diego assieme ad una terza di quest’anno ed una prima ed una quinta dell’anno prossimo.

Totale cinque scelte in cambio di una. Secondo me è una cassolata gigante.
Indipendentemente dall’effettivo valore di Manning, valore tutto da verificare, i Giants sono una squadra il cui nucleo è composto da giocatori mediamente anziani e mediamente bravi che hanno voglia di vincere il titolo, hanno una linea sospetta, un nuovo allenatore arrivato in città per portare disciplina, che ha tuttavia deciso di ipotecare parte del proprio futuro per assicurarsi un ragazzo che, a tutto voler concedere, inizierà a pagare dei dividendi tra tre anni, quando cioè Strahan, Barber, Hilliard, Toomer e compagnia potrebbero essere altrove.

Il tutto senza considerare che nessuno sa se il ragazzo quei dividendi li pagherà effettivamente. Ed allora, è meglio avere un Rivers oppure un Roethlisberger "qualunque" assieme soprattutto, ad una prima scelta 2005 ed una terza scelta 2004, oppure Eli Manning? Bella domanda, la cui risposta dipende dalle evoluzioni delle carriere dei tre ragazzi; così su due piedi, vi dico che mi tengo stretta la mia scelta numero 4, magari la do ai Browns in cambio di una seconda scelta supplementare, e sto a vedere che succede, nel senso che mi posso accontentare sia di Rivers che di Roethlisberger.

Quando tutto manca – difficile – vado fuori dai dieci, mi assesto tra i quindici ed i venti, e mi prendo Loshman (il tutto, ovviamente, seduto alla scrivania un mese dopo il Draft)
".

Questo l’ho scritto il 26 maggio 2004. Tralascio le mie dissertazioni sui QBs prima scelta che difficilmente vincono gli anelli.

Tante scuse ad Ernie Accorsi, ovvero l’ex General Manager dei Giants e padre di questa squadra.

Detto questo, la cosa che più mi fa rabbia è la bottiglia di champagne che stanno stappando i Dolphins del ’72.

Veramente insopportabile.

Mi spiace tanto per Junior Seau.

Però i Giants hanno ampiamente meritato di vincere.

New England è stata dominata praticamente per tutta la partita, mettendo in piedi un solo drive decente (quello del 14-10), ed in difesa mi è sembrata abbastanza in affanno per tutta la partita, aiutata dagli errori dei Giants più che dalle proprie giocate.

Giocate che, per una volta, sono mancate nel momento decisivo: il non intercetto di Samuel all’inizio dell’ultimo drive, il non sack su Manning su terzo e dieci ed il non intercetto di Merriweather.

Dopodiché Hobbs si pianta e la partita è finita.

Mi dispiace sia per la mia affectio per i Patriots, sia perché mi faceva piacere assistere ad un evento storico.

I Giants non hanno rubato nulla e, per una volta, i Pats mi sono sembrati molto simili ai nostri Niners, cui a volte è capitato di restare in partita per via di episodi fortuiti, più che per meriti proprio, ma l’impressione che si aveva era che alla fine avrebbero perso.

Onore ai Giants che hanno giocato una partita perfetta: hanno annullato il gioco di corse di NE, non hanno concesso un solo big play (se penso alle safety che hanno, ancora stento a crederci), hanno colpito Brady una miriade di volte, sackandolo 5 volte (precedente season high: 3) e costringendolo a forzare praticamente ogni lancio.

L’attacco ha messo in piedi tre drives degni di nota, ognuno dei quali ha lasciato il segno: il primo, da 16 giochi ed oltre dieci minuti, ha fatto capire a tutti che i Pats avrebbero dovuto sudare parecchio per tutta la partita; il drive di apertura del terzo quarto, in cui Boss, TE rookie che gioca al posto dell’infortunato Shockey, ha messo in evidenza tutti i problemi di Harrison in fase di copertura; ed il terzo in cui Manning ha trasformato una perdita di un bel po’ di yards in un completo, decisivo, da trentadue, anche aiutato da una ricezione inimmaginabile di un altro rookie, Tyree (già autore del TD del 10-7, tra l’altro).

Il loro gioco di corsa è stato tutto sommato ben contenuto, ma sia Bradshaw, che Jacobs pur non avendo fatto registrare statistiche da urlo, ma hanno fatto ciò che ci si aspettava da loro, ovvero fare faticare, da morire, la difesa ogni volta che hanno avuto la palla.

Rassegnate queste brevissime considerazioni sulla partita, mi sto ancora chiedendo come mai quella macchina perfetta che è stato l’attacco di New England, nei play offs, ovvero nel momento in cui le squadre di Belichick hanno sempre abituato a giocare anche al di sopra delle proprie possibilità, si è clamorosamente inceppata, conoscendo un calo di rendimento.

Sul punto, se da un lato sarebbe ingeneroso non evidenziare i meriti delle tre difese incontrate dai Pats, dall’altro non si può non restare stupiti della circostanza che un reparto inarrestabile per sedici partite, che sembrava in grado di segnare almeno trenta punti contro chiunque, si sia improvvisamente ingolfato.

Non ho risposte e posso fare poco altro se non elogiare il game plan di Coughlin e Spagnuolo che sono riusciti in un’impresa che in pochi si aspettavano. A cominciare da Tom Brady, piuttosto risentito dal pronostico di Burress (23-17 per i Giants), visto che riteneva quasi insultante pensare che il suo attacco avrebbe messo a segno solo 17 punti.

Tra le cose dette da Leopizzi in telecronaca (insopportabile quando urla senza motivo, cioè ad ogni lancio di oltre quindici yards e corsa superiore alle cinque) condivido quella per cui la ricerca della perfect season li ha logorati mentalmente e fisicamente.

Anziché dargli forza li ha spompati. Ho avuto la stessa sensazione. Magari se avessero perso quella partita con Baltimore avrebbero giocato più rilassati ed ora avrebbero il quarto anello.

Non so quanto regge, ma comunque ogni teoria che inizia con un se non ha molto senso.

Note di chiusura.

Tre giocatori dei Niners erano al Super Bowl: Steve Young, Jerry Rice e Ronnie Lott hanno partecipato al coin toss (Lott ha lanciato la monetina) nell’ambito dell’omaggio tributato a Bill Walsh. Erano presenti anche due figli di The Genius.

Questione dinastie. I Niners di Walsh e Montana il Super Bowl non lo hanno mai perso e per ben due volte sono riusciti a rimontare nel quarto periodo senza lasciare tempo ai Bengals di chiudere la partita. Mi piace pensare che questa considerazione sia decisiva, fermo restando che, in ogni caso, resto dell’idea che non è possibile paragonare grandi squadre che hanno giocato a decenni di distanza l’una dall’altra (eccomi qui, ho detto di nuovo tutto ed il contrario di tutto nella stessa frase).

Hall of Fame.

La metto alla fine perché probabilmente frega niente a nessuno.

Il nostro Fred Dean, D. Lineman che ha vinto due anelli è stato ammesso alla Hall. Complimenti e fin qui tutto bene.

Al settimo tentativo è finalmente riuscito ad entrare anche Art Monk, leggendario ricevitore dei Washington Redskins.

La vicenda di Monk mi ha sempre appassionato: al momento del suo ritiro deteneva alcuni dei records più significativi per il suo ruolo, che sono stati battuti da Jerry Rice ed in parte superati poi anche da altri giocatori.

Monk è stato un modello di costanza per tutto l’arco della sua carriera, vincendo tre anelli con i Redskins, però non ha mai fatto registrare una stagione sensazionale e, soprattutto, è stato giudicato sempre e solo un possession receiver e vittima della credenza che i suoi records erano il frutto della maggiore enfasi data dagli allenatori al gioco aereo negli anni ’80 e che, in ogni caso, non sarebbero durati a lungo.

Non ho mai visto Art Monk giocare, ma, in tutta onestà, non ho mai sentito una meglio assortita congerie di c@z...e tutte assieme: che vuol dire "i suoi records saranno battuti" oppure, e soprattutto, "è solo un possession receiver"? Quella sui record è così insensata che non c’è niente da dire al riguardo, mentre per la seconda è sufficiente pensare a che ne sarebbe stato dell’attacco dei Pats versione 2007 senza Wes Welker.

Il "ricevitore di possesso" muove le catene, racimola primi downs su primi downs, trova sempre il modo di liberarsi e rappresenta, in molti casi, la valvola di sicurezza per il QB: in due parole non ha prezzo, con Mastellcard …

Faccio veramente tanta fatica a cercare di capire come mai i circa quaranta sapientoni che decidono chi ammettere alla Hall (in primis Dr. Z e Peter King – il quale già nel corso dell’anno aveva fatto mea culpa) hanno impiegato tanto a capirlo.

Altro Redskin introdotto nella Hall è stato il mitico Darrell Green, CB incredibile che ha giocato fino a quarant’anni, sempre ad alto livello, al primo anno di eleggibilità.

Che hanno pensato di fare, però gli stessi quaranta di cui sopra?

Hanno lasciato fuori Chris Carter.

Non lo so come sia possibile.

Nonostante un inizio di carriera piuttosto in sordina, due anni alla corte di Buddy Ryan a Philadelphia, Carter è uno dei quattro ricevitori ad avere ricevuto più di mille palloni in carriera (è il secondo con 1.101), uno dei migliori nel controllo del corpo. Un maestro.

Sono in attesa di conoscere le motivazioni …

P.S. Infame la cabala. Il 3 febbraio 2001 i Pats avevano battuto i favoriti Rams mettendo a segno uno dei maggiori upset della storia sportiva americana.





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