E’ un interrogativo che mi sono sempre posto, quello se sia preferibile guadagnare di meno con una squadra vincente, oppure pensare a gonfiare il portafoglio con una squadra non vincente.
E, sia bene inteso, fino a poco tempo fa non avevo alcun dubbio a rispondere.
Come si può sensatamente preferire essere un milionario destinato all’oblio ad essere un collezionista di anelli?
Giudicando ex post la mia scelta, posso dire che la propensione per l’opzione "anello" era sostanzialmente il frutto della elementare, e riduttiva, considerazione che chiunque giochi a football mica se la passa male e che quindi tanto valeva accontentarsi di avere uno stipendio più basso, barattando il lusso con l’immortalità.
Adesso il mio punto di vista è cambiato.
Ho capito che forse ritenere preferibile vincere a guadagnare era il frutto di un’idea sbagliata del football, che ho guardato sempre e solo come se fosse un gioco.
Questa impostazione è sbagliata perché il giocatore di football è un professionista ed il football è un lavoro.
E se da un lato lavorare per la gloria è certamente un esercizio meritevole, dall’altro è altrettanto vero che la gloria, da sola, non sfama.
La conseguenza di quanto sopra, ovvero la terza proposizione del mio sillogismo "si lavora per soldi", "il football è un lavoro", è che a football si gioca per soldi.
Si, certo, resta vero il punto che chiunque giochi a football è destinato a guadagnare bene, ma quel bene è sufficiente?
Secondo me no.
Per dimostrarlo, basta considerare che la carriera di un giocatore è breve, che connaturato nel gioco c’è il rischio di infortunarsi, che i salari sono solo parzialmente garantiti e che i contratti sono solo parzialmente vincolanti, senza contare i fattori esterni incontrollabili e non dipendenti dalla volontà del giocatore – mai sentito parlare di Tedy Bruschi? – che in ogni momento possono segnare la fine di una carriera, e quindi della possibilità di guadagnare.
A questo aggiungete che gli atleti, per quanto possa sembrare strano, dopo la firma del contratto, diventano automaticamente la parte contrattuale più debole, se non altro perchè, a differenza dei proprietari, sono gli unici concretamente obbligati a rispettare l’accordo: il proprietario, infatti, può tagliare il giocatore quando più gli conviene – e quindi non solo quando il giocatore inizia a non meritare lo stipendio, ma anche quando il bilancio e/o il cappio impongono il licenziamento - mentre il giocatore che "sottopagato" ha poche armi a suo favore, tenendo conto che l’holdout spesso si dimostra un’arma a doppio taglio.
Per tutte queste ragioni la durata media della carriera nella NFL è molto bassa – mi pare addirittura sotto i sei anni – e, quindi, rimandare la possibilità di un guadagno sicuro e sostanzioso, rinunciando a "monetizzare" il proprio talento per correre dietro alla speranza di vincere, è un vero e proprio delitto.
Quanto alla questione se la tranquillità economica sia conseguibile anche con un salario non proporzionale al talento, la risposta negativa, che tale quesito impone, trae origine dalla considerazione, seppur non suffragata da dati certi, che il costo della vita negli Stati Uniti, soprattutto per quel che concerne spese indispensabili, quali quelle sanitarie e quelle scolastiche, è parecchio elevato. Aggiungete i costi per soddisfare esigenze più propriamente voluttuarie, e moltiplicate per la "famiglia allargata" ed allora sostenere la tesi della "gloria" e non quella delle soddisfazioni economiche diventa un esercizio veramente improponibile.
Da ultimo, e la considerazione ha valore assorbente, siamo certi che per guadagnare l’immortalità sia proprio necessario collezionare successi di squadra? Non è forse il talento individuale a mantenere il ricordo di un atleta vivo nel corso degli anni?
E allora perché questo talento non dovrebbe avere la sua giusta remunerazione?
Soldi e Gloria?
Il broadcast televisivo attende impaziente l’inizio delle trasmissioni, anche se, a dire il vero, la diretta con tutti i commenti superflui del caso è già iniziata da almeno due settimane, ma, finalmente, il gioco sta per prendere il posto delle chiacchiere.
È il momento che si attende da tutta la vita, i riflettori si accendono, le porte dello stadio si aprono e allora vedi la folla, sessantamila persone che ti guardano, e capisci che ne è valsa la pena.
Sei solo un quarterback scelto al settimo girone di quell’inferno di Draft primaverile, lo scannatoio delle tue speranze giovanili, anni interi passati a fare finta di studiare in un piccolo college sperduto nel mezzo delle praterie americane sognando di poter indossare una casacca ed un casco di una vera squadra professionistica.
Sognando di poter sfiorare solo con un dito la gloria di persone come Namath e Bradshaw: due nomi, cinque anelli.
Gloria a loro nel basso dei loro campi da football, sogni condivisi nel mezzo del gesso delle hash-marks, il Gridiron della fama.
Ma tu hai pure fame!
Eppure sei in finale, centoventimila occhi sono puntati su di te (effettivamente anche sugli altri tuoi compagni, ma in questo momento è come se non esistessero) e alla minestra non ci pensi più di tanto.
Le mani sudano, la fronte suda, tutto il corpo suda e lo sforzo psicologico e fisico è immane. La tensione nervosa sale costantemente e non sai se ce la potrai fare. Il tuo obiettivo è uno e uno solo: vincere.
Ed in quei momenti non pensi al conto in banca.
Quindi vinci, e vinci, e vinci, e vinci.
E il sogno si avvera. Namath e Bradshaw li ritrovi nell’Olimpo dei Grandi. E nemmeno il tuo conto in banca piange.
Sì, forse è vero che bisogna prendere tutto ciò che si riesce a prendere, è vero che la famiglia allargata è un problema da non sottovalutare, è vero che uno può essere ricordato per il suo talento naturale, ma è vero che ne devi avere tanto e, soprattutto, a qualcosa deve servire, non solo ad impilare cifre su cifre.
Certo, coi tempi che corrono, il salary cap, la free agency, i procuratori sanguisughe lasciano poco spazio ai sogni di gloria, ma potresti pure accontentarti di essere uno semisconosciuto linebacker di una squadra di Boston, pagato un bianco e un nero che, nella partita che conta, segna un touchdown.
Forse neanche in quel momento, seppur breve, ti ricordi del tuo conto in banca.
E forse neanche ti importa ricordartene.